Eccomi di nuovo a scrivere qualche riga sulla giornata di ieri, passata a salire una delle cime delle Orobie Bergamasche: il Pizzo Tre Signori. Una bella cima, alta 2554 m che abbiamo raggiunto partendo da Pescegallo
Al termine di un lungo ed estenuante va e vieni di adesioni e disdette alla fine ci troviamo, Werewolf ed io, alle 7 in punto della mattina nel parcheggio appena all’inizio della amena città di Lecco. Carico lo zaino nella sua macchina e partiamo. Penso con una punta di rimpianto che oggi è la prima volta che non mi porto dietro le ciaspole.
Il tempo dovrebbe assisterci fino alla fine del pomeriggio….dice Werewolf che ha guardato le previsioni dell’Arpa. Alla fine della giornata gli chiederò se l’arpa che aveva visto era quella con le corde o senza.
La strada per arrivare in Val Gerola è lunghetta, il paesaggio, superate le gallerie del Lungolago si apre e ci infiliamo in Valtellina. A Morbegno si devia e si entra in Val Gerola. La strada sale e la Panda di Werewolf tira, serena di fare il suo dovere.
Man mano che si sale la vegetazione cambia passando dai castagni ai larici e gli abeti. Il cielo rimane un po’ velato. Dopo poco più di un’ora arriviamo al parcheggio antistante l’impianto di risalita di Pescegallo. Siamo a quota 1454. Lì la strada finisce.
Non c’è in giro nessuno. Neve se ne vede poca e questo ci rincuora: la prospettiva di ravanare a lungo nella neve marcia non stimola nessuno. La temperatura è mite e bendispone….alla salita!! Calzati e vestiti, lasciamo il parcheggio alle 9 circa e imbocchiamo il sentiero 118 che si inerpica deciso in mezzo al bosco. La salita non è faticosa e noi siamo freschi come le rose.
Arriviamo facilmente dopo qualche decina di minuti ad un curioso cartello che avverte della presenza de “l’om selvadegh”. Il cartello reca una breve storiella sulle caratteristiche della figura e una serie di riquadri scavati nel legno che contengono, protetti da una lastrina di plastica trasparente, i fiori e le foglie di larice, abete bianco ed abete rosso. Bella realizzazione.
Proseguiamo spediti. La temperatura è salita. Le nuvole continuano a muoversi, spinte dal vento che soffia a tratti, senza impeto. Il sentiero adesso si snoda fra prati non molto curati, passando accanto ai tradizionali confini delle “proprietà” fatti con muretti a secco.
Cambia decisamente la pendenza: adesso la progressione “rende” perché il sentiero si è fatto quasi impervio. Grazie alla conoscenza del luogo di Werewolf si va via spediti senza incertezze. Arriviamo alliintersezione con il sentiero 101, la Gran Via delle Orobie, individuata dalla segnaletica rossa-bianca-rossa, con la scritta GVO. Una serie di tre cartelli metallici indicano le destinazioni con i tempi di percorrenza.
Werewolf mi fa notare che il simbolino che individua la segnaletica del Parco delle Orobie Valtellinesi è costituito da una varietà di Gallo cedrone che ha penne di una colorazione particolare che si trova solo qui.
A Ovest si vede la diga del lago di Pescegallo. Passiamo sotto il Pizzo Tronella e scendiamo al lago di Lago di Trona…scendiamo…scendiamo di 50 metri…che saremo obbligati a risalire alla fine del pomeriggio…con le forze ridotte al lumicino!! Il lago è formato da uno sbarramento di tipo a gravità. L’acqua è di colore blu-verde cupo.
Proseguiamo, ci aspetta il rifugio Falc. Su consiglio di Werewolf imbocchiamo la “direttissima” un sentiero che si inerpica su un ripido ghiaione. Per nostra fortuna il ghiaione è asciutto e tiene abbastanza bene. Adesso il sole comincia a farsi sentire. La temperatura è salita.
Dopo aver attraversato una chiazza di neve ed esserci arrampicati su “facili roccette” in breve siamo in vista della diga dell’Inferno, con la sua caratteristica sovrastruttura di metallo. Qui facciamo il primo incontro “interessante”: un gruppo di stambecchi, sta in fondo al bacino in secca, al piede della diga, intento a leccare il salnitro che emerge dalla struttura in cemento…si tratta di un gruppetto di femmine con qualche cucciolo.
Ci concediamo qualche foto, anche se sono abbastanza lontani, cerchiamo di non disturbarli, nei limiti del possibile. Il lago è ancora coperto di uno strato di ghiaccio, pieno di buchi. Da sopra la diga, a sud si staglia la mole della nostra meta, il Pizzo 3 Signori, roccia scura, coperta a tratti dalla neve. Adesso anche io so dove dobbiamo arrivare.
Proseguiamo, giungendo dopo pochi minuti al rifugio Falc sotto il pizzo Varrone. Si tratta proprio di un rifugio, una piccola costruzione di pochi metri quadrati, a due piani col tetto in lamiera e un bel paio di pannelli fotovoltaici sul tetto. Entriamo a chiedere informazioni.
Ormai è mezzogiorno e ci sono tre persone (saranno lori i “tre signori”?) intente a mangiare qualche prelibatezza cucinata dalla rifugista. Cortesi ci danno informazioni sullo stato del percorso che ancora ci manca e sul tempo di percorrenza stimabile…usciamo e ripartiamo decisi a giungere in vetta. Passa un tipo che ci dice di essere appena stato in cima. Solo nel tratto finale si trova un po’ di neve marcia nella quale si affonda: ci vorrebbero le ghette.
Poi svolta l’angolo, recupera la sua bici (MTB) e si dilegua, chissà per dove…
si ricomincia a salire, ancora su sentiero e ghiaione, sempre seguendo i segni. Ogni tanto i fischi delle marmotte ci comunicano che gli stiamo invadendo il territorio, varcando i loro invisibili confini. Giungiamo alla Bocchetta del Piazzocco. A nord il Pizzo Varrone, a est la Mezzaluna, a sud la nostra meta. Attraversando lingue di neve su un traverso quasi orizzontale, arriviamo al piede dell’ultima salita.
Due persone, un uomo ed una donna, ci confermano la difficoltà ad arrivare alla cima: la neve non tiene e si sprofonda. Ma noi abbiamo dalla nostra la tenacia e grinta che ci rende “invincibili”.
Con occhio attento studiamo scrupolosamente il percorso da seguire, cercando di evitare per quanto possibile le chiazze di neve. Qui si va a vista e la pendenza è elevata. Mancano circa 200 metri alla vetta. Si vede bene la croce di ferro che la sovrasta.
Decidiamo che se non sarà possibile arrivare in cima ci accontenteremo di un poggio poco sotto…ma in realtà nessuno ci crede, siamo ancora scottati dal Corbernas e abbiamo proprio voglia di arrivare in cima. Da est nuvoloni neri si formano e si dissolvono continuamente, da questa mattina…non lasciano presagire nulla di buono, ma finchè continuano a rimanere lì, non ci danno alcun fastidio. Ne seguiamo i movimenti con attenzione, ben consci che una ridiscesa in mezzo alla nebbia potrebbe darci diversi grattacapi. A perenne monito, a ovest il Grignone se ne sta con la cima nascosta dalle nuvole…Ormai ci siamo, manca veramente l’ultimo strappo, un po’ di neve un po’ di arrampicata, attenti a non scivolare sulla roccia bagnata dalla neve sciolta….e ci siamo.
Siamo in vetta.
Non c’è nessuno, l’ultimo escursionista è andato una decina di minuti fa, mentre salivamo.
Abbiamo impiegato circa 5 ore, una bella fatica. La croce è un gigante, enormi catene di ferro la sorreggono opposta ai venti che in inverno qui su devono essere discretamente violenti.
Lo spettacolo intorno è inebriante. Werewolf indica le vette circostanti, io riconosco appena il Grignone e la Grignetta. Carta e bussola alla mano cerchiamo di capire meglio…si, meglio spostarsi dalla croce, la sua massa metallica imbroglia le bussole!!! Ecco ora finalmente la cartina e la bussola dicono la stessa cosa. Sotto di noi i Piani di Bobbio ormai verdi, il paesino di Valtorta e lo Zuccone Campelli. A nord-est il Disgrazia. Siamo sulla cima più alta del circostante, seconda solo al monte Legnone, con i suoi 2609 metri. Bello, molto bello, ne è valsa veramente la pena.
Siamo un poco stanchi, ma la vista di un paio di stambecchi mi riaccende l’entusiasmo. Parto cercando di avvicinarmi il più possibile, ma ogni tentativo si rivela vano: loro si spostano con una agilità che mi è totalmente sconosciuta. Alla fine mi accontento di fare le foto che riesco. Delle due femmine una, più anziana, con un solo corno, sembra più calma, l’altra si muove con maggiore circospezione e ogni volta che sente un rumore alza la testa e si allontana.
In vetta oltre alla croce, un bellissimo disco di bronzo indica la direzione con tutte le cime circostanti. Il sole scalda bene, mangiamo panini e crostata (immancabile), facciamo qualche altra foto. In lontananza, a ovest, verso il lago, un aliante bianco e rosso intercetta una corrente ascensionale e avvitandosi in larghe volute, virata dopo virata sale di quota.
Mi tornano in mente i versi di un pezzo del BMS “Alto, arabescando un alcione, stride sulle ginestre e sul mare, ora il sole sa chi riscaldare".
E’ ora, ricominciamo a scendere. La discesa è molto più facile anche se richiede la necessaria attenzione. A est i nuvoloni neri continuano a farci compagnia. Il sole adesso ci dardeggia alle spalle, arroventando il nostro collo. Ancora crema per non finire arrosto. Eccoci di nuovo alla Bocchetta del Piazzocco. Davanti a noi, sul pizzo Marrone qualcosa si muove, forse altri escursionisti, forse…tiro fuori il binocolo e guardo, poi sorpreso lo passo a Werewolf: sono corvi, sono corvi ma probabilmente una varietà bimotore da combattimento... più a valle una marmotta corre lungo il prato, è ora di ricominciare l’attività estiva, fino a settembre quando tornerà a dormire gonfia come una zampogna.
Rapidamente, per lo stesso percorso della salita giungiamo nuovamente al Rifugio Falc dove degnamente festeggiamo la giornata con un paio di genepì, ottimi. Salutiamo i simpatici rifugisti (che Werewolf conosce) e ci rimettiamo in moto.
Lasciato il rifugio dopo poche centinaia di metri ci fermiamo nuovamente per l’ultima tornata di foto: ancora camosci, femmine e diversi cuccioli di un paio di anni, un solo maschio adulto in disparte. Una delle femmine che sono riuscito a fotografare abbastanza da vicino scavava un buco in terra con una delle zampe anteriori e ficcandoci il muso mangiava non si sa cosa, ma doveva essere qualcosa di molto buono perchè dopo essersi allontanata, infastidita dalla mia presenza è tornata ancora a mangiare. Veramente curioso vederla inginocchiata a scavare e mangiare.
Di nuovo in cammino. La stanchezza fa capolino a tratti ma viaggiamo veloci, sono passate le 5 e rischiamo di arrivare nel bosco col buio. Il tratto in salita dalla diga del lago di Trona, i 50 metri fatti in discesa questa mattina, si rivelano faticosissimi. La discesa lungo il sentiero attraverso i prati mette a dura prova muscoli e ginocchia.
Nell’aria riecheggia il verso del cuculo: bestia strana, che depone le uova nel nido di altri uccelli. Quando il pulcino esce dall’uovo, mangia tutto quel che gli portano i genitori adottivi, in breve diventa grande e butta fuori dal nido gli altri pulcini, rimanendo padrone incontrastato.
Nel bosco ripassiamo davanti al cartello de “l’om selvadegh” e ci si allarga il cuore: siamo alla fine del percorso. Arriviamo alla macchina alle 7 circa. Fra una cosa e l’altra abbiamo sgroppato per 10 ore, foto e genepì comprese. Alle 8 e mezza risalgo in moto e “vuelvo a mi casa”….
Una giornata memorabile, bella specialmente per me che non conosco affatto la zona. Un pieno di foto di stambecchi che mica sempre accade. Un caloroso ringraziamento a Werewolf che mi ha fatto da eccellente guida!!
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